«Stiamo combattendo contro un nemico invisibile»
Paolo Machi è neuroradiologo interventista all’ospedale universitario di Ginevra (HUG). In caso di ictus acuto, ha un compito importante: rimuove pericolosi coaguli di sangue dalle arterie cerebrali. Se sapesse esattamente cosa c’è nelle arterie prima del trattamento, il successo sarebbe ancora maggiore.
In caso di emergenza, come si scopre se un paziente ha un ictus?
Prof. Paolo Machi: Quando qualcuno arriva allo Stroke Center con i sintomi di un ictus, i medici d’urgenza capiscono subito che si tratta di un problema neurologico. Cioè, che viene colpito il cervello. Dobbiamo quindi sapere se la causa è un’emorragia cerebrale o un ictus ischemico.
Qual è la differenza?
In un’emorragia cerebrale, si rompe un’arteria e il sangue penetra nel tessuto cerebrale. L’emorragia distrugge le cellule nervose del cervello. Nell’ictus ischemico, invece, un coagulo ostruisce un’arteria del cervello. Di conseguenza, non arriva più abbastanza sangue. Questo fenomeno è anche detto infarto. Come nel caso di un infarto cardiaco, alcune parti dell’organo non ricevono più ossigeno a sufficienza, e ciò causa la morte dei tessuti.
Come si fa a distinguere tra i due tipi di ictus cerebrale?
Purtroppo, i soli sintomi non forniscono alcuna informazione sul tipo di ictus. Per questo motivo, il più presto possibile, si ottengono immagini del cervello con TAC o risonanza magnetica. Dalle immagini si può capire se c’è o meno un’emorragia.
È questo il Suo lavoro di neuroradiologo?
Sì. Ma noi neuroradiologi abbiamo una funzione sia diagnostica sia interventistica. Ciò significa che non analizziamo soltanto le immagini, ma eseguiamo anche interventi.
Che tipo di interventi?
Nell’80–90% dei casi, l’ictus è causato da coaguli di sangue. In questo caso, i neurologi somministrano immediatamente un farmaco che scioglie il coagulo, la cosiddetta lisi. Non appena i neuroradiologi interventisti visualizzano sulla radiografia il punto in cui si trova il coagulo, introducono un catetere nel cervello attraverso l’arteria inguinale. Per rimuovere il coagulo dal vaso, utilizziamo una rete metallica chiamata stent retriever. Il cervello viene così nuovamente irrorato di sangue e può riprendersi.
Quali sono le difficoltà da affrontare?
Il tempo è il fattore più importante. Dobbiamo riaprire l’arteria prima possibile, perché una volta che il tessuto cerebrale è stato distrutto, non è più possibile salvarlo. Pertanto, la regola empirica per noi è: di solito, con questo metodo, è possibile ottenere risultati nelle prime 24 ore. Durante questo periodo, le aree adiacenti sono parzialmente rifornite di sangue da altri vasi.
Qual è la percentuale di successo?
Quanto prima i pazienti vengono trattati in uno Stroke Center, tanto migliori saranno i risultati. Oggi riapriamo circa il 95% dei vasi ostruiti che possiamo trattare con uno stent retriever. In sette pazienti su dieci si osserva un decorso favorevole tre mesi dopo il trattamento.
«Un nuovo dispositivo potrebbe aiutarci a misurare il coagulo.»
Davvero impressionante. C’è comunque la possibilità di migliorare ancora?
Sì. Uno dei problemi del trattamento è che la radiografia non mostra il coagulo vero e proprio. Riconosciamo solo il punto in cui il flusso sanguigno si interrompe. Non sappiamo cosa ci sia dietro. Combattiamo contro un nemico invisibile. Per questo motivo, a volte sono necessari diversi tentativi per rimuovere il coagulo. Questo, a volte, ci fa sprecare molto tempo.
Come si potrebbe diventare più veloci?
Avremmo bisogno di maggiori informazioni sul coagulo. Quanto è grande? Dove si trova esattamente nel ramo arterioso? Qual è la sua natura? Questo ci aiuterebbe a utilizzare il trattamento più appropriato fin dall’inizio.
Come si ottengono queste informazioni?
Sono possibili diversi metodi. Nel nostro laboratorio di ricerca stiamo lavorando a un dispositivo che analizza la natura del coagulo prima dell’intervento. Il dispositivo misura le dimensioni del coagulo e anche la sua consistenza, cioè se è più morbido o più duro. Inoltre, le misurazioni indicano la posizione esatta del coagulo nel vaso. Questo progetto è sostenuto dalla Fondazione Svizzera di Cardiologia. L’intelligenza artificiale è un altro metodo.
In che senso?
L’idea è che un tipo di intelligenza artificiale stabilisca le caratteristiche del coagulo e la sua posizione in base alla prima immagine TAC del paziente, prima della procedura. In questo modo, noi neuroradiologi interventisti possiamo utilizzare immediatamente la tecnica più appropriata per rimuovere il coagulo. Tale software è attualmente in fase di sviluppo.
Il trattamento dell’ictus acuto sta quindi facendo grandi progressi.
Sì, ma tutto questo non serve a nulla se i pazienti arrivano troppo tardi allo Stroke Center. Per questo motivo, vorrei che le persone con questi sintomi si rivolgessero a noi più rapidamente. Tutti possono contribuire. Se Lei sospetta che qualcuno abbia un ictus, non aspetti e chiami immediatamente l’ambulanza!
L’ictus che arriva dal cuore
Una grande percentuale di ictus è di tipo tromboembolico: i coaguli vengono trasportati dal cuore al cervello. Una possibile causa è il forame ovale persistente, un’apertura tra gli atri. In questo difetto cardiaco congenito, un trombo proveniente dal corpo può arrivare nel cervello attraverso il foro. Un’altra causa comune è la fibrillazione atriale, un disturbo del ritmo cardiaco. A causa del battito non coordinato degli atri, può formarsi un coagulo che viene trasportato nel cervello attraverso l’aorta.
La Fondazione Svizzera di Cardiologia sostiene un importante progetto di ricerca che studia l’impatto della fibrillazione atriale sulle prestazioni cerebrali. Ulteriori informazioni: www.swissaf.ch