Rinforzare il cuore dopo un infarto cardiaco

Dopo un infarto cardiaco, il muscolo del cuore è spesso indebolito e non riesce più a pompare il sangue nel corpo con forza sufficiente. Con il tempo, ciò può portare all'insufficienza cardiaca. Nel suo progetto di ricerca, la dottoressa Sarah Costantino sta cercando un modo per fermare questo processo.

Aggiornato il 30 aprile 2026
Sarah constantino quer

La dottoressa Sarah Costantino, del Centro di cardiologia molecolare dell'Università di Zurigo a Schlieren, sta studiando le variazioni epigenetiche associate allo sviluppo dell'insufficienza cardiaca.

Dr.ssa Sarah Costantino, come si può prevenire l'insufficienza cardiaca?
Non ci sono molte terapie che possono prevenire l'insufficienza cardiaca dopo un infarto cardiaco. Dato che sappiamo che le variazioni epigenetiche potrebbero essere utili, stiamo studiando il loro ruolo nella prevenzione dell'insufficienza cardiaca. In particolare, stiamo esaminando speciali cellule del midollo osseo chiamate EOC (Early angiogenic Outgrowth Cells; ndr). Queste cellule hanno la capacità di promuovere l'angiogenesi, che potrebbe essere utile nell'insufficienza cardiaca.

Cosa significa angiogenesi e come può essere utile dopo un infarto cardiaco?
Quando abbiamo un infarto cardiaco, una delle nostre arterie si chiude e il sangue non può più raggiungere una parte del nostro cuore. L'angiogenesi può essere utile creando nuovi vasi collaterali attraverso i quali il sangue raggiunge quella parte di cuore. Tuttavia, nel caso di un infarto, ci sono fattori come l'infiammazione e lo stress ossidativo che interferiscono con questo meccanismo.

Qual è il suo approccio in questo studio?
Ci sono molti lavori che dimostrano che le informazioni epigenetiche possono giocare un ruolo importante nello sviluppo delle cardiopatie. Sappiamo che le informazioni epigenetiche possono essere influenzate da fattori endogeni come l'infiammazione, lo stress ossidativo, ma anche da fattori esterni come il fumo o l'inquinamento ambientale. La nostra ricerca si concentra sui cambiamenti epigenetici innescati dall'enzima SETD7, una metiltransferasi. L'infiammazione e lo stress ossidativo portano alla up-regulation di questo enzima, e ciò promuove ulteriormente l'infiammazione e lo stress ossidativo: un circolo vizioso. La cosa positiva è che i cambiamenti epigenetici sono reversibili. Possiamo, perciò, migliorare i processi nel nostro organismo, in questo caso promuovendo la formazione di nuovi vasi nel cuore dopo un infarto.

Quali risultati avete ottenuto finora?
Inibendo selettivamente SETD7, siamo stati in grado di dimostrare che l'attivazione delle vie infiammatorie è notevolmente ridotta. Ora abbiamo bisogno di condurre ulteriori analisi per verificare se questo riduce anche il carico sull'endotelio nei pazienti che hanno subito un infarto cardiaco.

Che tipo di terapia sarebbe?
Possiamo facilmente isolare le EOC dal sangue di un paziente, coltivarle e poi riprogrammare le cellule per iniettarle di nuovo nel paziente. Inoltre, con la contemporanea inibizione farmacologica di SETD7, le EOC potrebbero svolgere il loro compito di formare nuovi vasi collaterali. Tuttavia, dobbiamo ancora dimostrare che le cellule possano anche raggiungere il sito della lesione.

C'è abbastanza tempo per questa procedura dopo un infarto?
Le cellule si moltiplicano molto rapidamente, potremmo fare tutto in una settimana. Tuttavia, l'approccio non è pensato per la fase acuta dell'infarto, ma per il momento in cui il paziente si è stabilizzato.

Che lavoro è necessario prima che la terapia possa essere disponibile?
Ora siamo nella fase dei test in vitro. Se i risultati sono positivi, dobbiamo confermarli sui topi. Se anche questi risultati sono promettenti e sicuri, potremo fare alcuni studi preliminari sugli esseri umani. Ma siamo ancora molto lontani da ciò: saranno necessari almeno altri tre o quattro anni.

La Fondazione Svizzera di Cardiologia promuove progretti di ricerca per poter aiutare meglio i pazienti in futuro.
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